TechStack #4
Questa settimana: sotto pressione americana, il governo olandese prende il controllo di Nexperia, azienda produttrice di chip. Tim Cook in visita in Cina, annunciati nuovi investimenti nel paese.
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Qui troverai, ogni settimana, due o tre notizie che secondo me meritano attenzione. Niente inseguimenti affannosi delle breaking news: l’idea è fermarsi un attimo, scegliere i fatti più rilevanti e provare a leggerli con un po’ di contesto.
Il filo rosso? Il punto in cui tecnologia e geopolitica si intrecciano sempre di più.
Ti prometto che sarà un appuntamento breve, ma informato: giusto il tempo di un caffè e una sigaretta, con uno sguardo in più su cosa sta accadendo dietro le quinte della competizione tecnologica globale.
Apple (2011) di Li Lihong è una scultura in porcellana che fonde la tradizionale maestria cinese con il branding globale contemporaneo. Realizzata a Jingdezhen, in Cina, l’opera raffigura l’iconico logo di Apple decorato con il motivo dei “Cento Fiori”, prediletto dall’imperatore Qianlong (1711–1799). Ispirandosi alle tradizioni ceramiche di Jingdezhen, Li Lihong rielabora i simboli del consumismo moderno, intrecciandoli con la lunga storia della Cina nella produzione di porcellana e nel commercio globale.
Dopo ASML, tocca a Nexperia: la guerra dei semiconduttori colpisce anche i chip commodity
La scorsa settimana si è registrato un nuovo shock nella catena globale dei semiconduttori, minacciando di paralizzare nuovamente il settore automobilistico europeo.
L’ACEA, l’Associazione dei Costruttori Europei di Automobili, ha lanciato l’allarme:
“Without these chips, European automotive suppliers cannot build the parts and components needed to supply vehicle manufacturers, and this therefore threatens production stoppages.”
I chip in questione sono quelli prodotti da Nexperia, che pochi giorni fa ha comunicato alle case automobilistiche e ai propri fornitori di non poter più garantire la consegna dei suoi componenti. Dietro l’annuncio si nasconde l’ennesima battaglia nella guerra invisibile delle catene globali dei semiconduttori: uno scontro combattuto a colpi di contenziosi legali, controlli sulle esportazioni, tariffe, diritti di proprietà intellettuale e pressione diplomatica.
Tutto parte da una mossa del governo olandese, che la scorsa settimana ha assunto il controllo diretto di Nexperia, storica azienda produttrice di semiconduttori con sede a Nijmegen.
L’impresa nasce come spin-off di NXP Semiconductors, altro colosso olandese del settore, che nel 2017 aveva ceduto la propria divisione Standard Products a un consorzio di investitori cinesi sostenuto dallo Stato di Pechino. L’anno successivo, il consorzio ha poi trasferito le sue quote al gruppo tecnologico cinese Wingtech, che dal 2019 detiene il controllo totale della società.
Oggi Nexperia impiega circa 2.500 lavoratori in Europa, Asia e Stati Uniti. È specializzata nella produzione di diodi, transistor e MOSFET, componenti fondamentali per automobili, dispositivi mobili e apparecchiature industriali. Tra i suoi principali clienti figurano Volkswagen, BMW e Bosch, a conferma del ruolo cruciale che l’azienda ricopre nelle filiere europee dell’automotive.
La sua rete produttiva è altamente integrata: wafer fab ad Amburgo e Manchester, e tre centri di assemblaggio a Guangdong, Seremban e Cabuyao. Tuttavia, sebbene il più grande impianto produttivo si trovi in Germania, oltre il 70% dei chip di Nexperia viene spedito in Cina per il packaging e il test finale a Dongguan.
Nexperia rappresenta così un caso emblematico del ruolo strategico dei Paesi Bassi nell’industria mondiale dei semiconduttori. Oltre ad ASML, leader mondiale che detiene circa il 90% del mercato delle macchine per la litografia a ultravioletti estremi (EUV) e profonde (DUV), l’Olanda ospita NXP Semiconductors, focalizzata sulla produzione e progettazione di chip, e realtà emergenti come Nebius, una compagnia tecnologica che fornisce infrastrutture cloud e data center per sviluppatori di intelligenza artificiale. È proprio questa concentrazione di aziende strategiche, o chokepoint tecnologici, che ha portato i Paesi Bassi, e con essi l’Europa, al centro del confronto tecnologico tra Washington e Pechino.
Dal 2019, prima con Trump, poi con Biden e oggi di nuovo con Trump, gli Stati Uniti hanno imposto coercitivamente, in modo diretto o indiretto, ai Paesi Bassi di adeguarsi alle restrizioni sempre più rigide all’esportazione di tecnologie avanzate verso la Cina. Nel 2019 fu vietata ad ASML la vendita di macchinari EUV; nel 2023 e 2024 le restrizioni si estesero ai modelli DUV e ai servizi di manutenzione già in essere.
Nel frattempo, Nexperia cercava di ridefinire la propria posizione, o, meglio, la propria percezione, per evitare di finire risucchiata nel conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina. Un documento della corte di Appello di Amsterdam mostra che già a fine 2023 l’azienda aveva contatto il Ministero degli Affari Economici e della Politica Climatica (EZK) olandese, nel tentativo di essere riconosciuta come “Dutch/European semiconductor company”. La motivazione era chiara: le crescenti tensioni geopolitiche stavano penalizzando la società, poiché il suo unico azionista, Yuching, è una società cinese. Questo aveva portato all’avvio di un dialogo tra Nexperia e il ministero per rivedere la governance dell’azienda ed “europeizzare” la struttura societaria, ma secondo i documenti resi pubblici gli accordi presi con il governo non sono stati rispettati.
Il colpo di grazia è arrivato da Washington.
Il 29 settembre 2025, il Bureau of Industry and Security (BIS) statunitense ha pubblicato la “Affiliates Rule” che estende le restrizioni all’export verso tutte le entità possedute per almeno il 50% da società già presenti nella “Entity List” (leggi la Newsletter della scorsa settimana). Pur non essendo citata esplicitamente, Nexperia è stata colpita in pieno, essendo controllata al 100% da Wingtech, inserita nella lista nera nel dicembre 2024 dall’amministrazione Biden.
Ancora una volta, l’Olanda è finita sotto la pressione di Washington, chiamata ad adeguarsi alle norme di export control americane per garantire la fornitura di chip vitali all’industria automobilistica europea.
Secondo un documento della corte olandese, durante un incontro del 12 giugno tra funzionari del Dipartimento del Commercio statunitense e il Ministero degli Esteri olandese, gli Stati Uniti, allertando l’Aia sull’imminente entrata in vigore della “Affiliates Rule”, avrebbero chiesto la rimozione del CEO di Nexperia, Zhang Xuezheng, di nazionalità cinese, e una revisione della struttura di governance dell’azienda, al fine di evitare che finisse nel mirino delle nuove sanzioni.
Così il 30 settembre, il governo olandese si è attivato, e ha riesumato una legge risalente ai tempi della Guerra Fredda, il Goods Availability Act, per proteggere la sicurezza economica nazionale ed europea (la decisione è stata resa pubblica solo il 12 ottobre). In base a tale provvedimento, Nexperia è stata sottoposta per un anno al divieto di trasferire asset, licenziare dirigenti o prendere decisioni strategiche senza l’autorizzazione del governo.
In una lettera indirizzata al Parlamento, il ministro dell’Economia olandese ha giustificato la decisione evidenziando come la situazione di Nexperia rappresentasse “a threat to economic security”. Ha poi aggiunto:
“The purpose of the order now imposed is to remove these risks and ensure the stability of the company, in order to prevent a risky strategic dependency. In my view, this justifies this exceptional use of the Act.”
Il 7 ottobre 2025, la Corte d’Appello di Amsterdam ha stabilito che esistono “motivi validi per dubitare della corretta gestione” della società sotto la guida del CEO Zhang Xuezheng. Il quale è stato sospeso da tutte le cariche, mentre i diritti di voto di Wingtech sono stati trasferiti a un amministratore indipendente nominato dal tribunale.
Alla base della decisione dei giudici vi è l’accusa secondo cui Zhang avrebbe favorito
“the improper transfer of production capacity, financial resources, and intellectual property rights to a foreign entity owned by the CEO and not connected to Nexperia.”
Nel 2020 Zhang aveva fondato WingSkySemi, una società con sede a Shanghai che gestisce una fonderia per la produzione di wafer.
WingSkySemi, era diventata fornitrice di Nexperia attraverso un Foundry Services Agreement siglato nell’aprile 2023. Tuttavia, a seguito delle difficoltà finanziarie incontrate da WingSkySemi a causa delle restrizioni statunitensi, Zhang avrebbe tentato di deviare fondi da Nexperia per sostenerla (ad esempio attraverso ordini di cui l’azienda non ne aveva in realtà bisogno), creando rischi finanziari e reputazionali per l’azienda olandese.
Ma non finisce qui. Nexperia non si è trovata soltanto sotto il controllo del governo olandese: la risposta di Pechino non si è fatta attendere.
Il 4 ottobre 2025, il Ministero del Commercio cinese ha emesso un avviso di controllo sulle esportazioni che vieta a Nexperia China e ai suoi subappaltatori di esportare specifici componenti finiti prodotti in Cina. Impattando, ulteriormente sul business e sulla produzione dell’azienda.
In una nota ufficiale, Pechino ha dichiarato:
“The Chinese side firmly opposes the Dutch authorities’ overstretching of the ‘national security’ concept and direct administrative interference in the internal affairs of enterprises.”
La vicenda di Nexperia mette in luce come le aziende europee si trovino sempre più spesso intrappolate tra i regimi di export control statunitensi e cinesi, con il rischio di compromettere le capacità produttive dell’Europa nel settore dei semiconduttori.
Tuttavia, se nel caso di ASML gli Stati Uniti avevano imposto ai Paesi Bassi di limitare l’esportazione di macchinari per la produzione di microchip avanzati, nel tentativo di rallentare lo sviluppo tecnologico cinese e riportarlo a uno stadio inferiore, nel caso di Nexperia la logica appare diversa.
Le nuove sanzioni introdotte dall’amministrazione Trump mirano formalmente a colmare le falle (loopholes) del regime di export control americano e a creare nuove leve negoziali nei confronti di Pechino. In realtà, queste misure sembrano prive di una strategia coerente di lungo periodo e di una burocrazia o di un apparato d’intelligence capace di aggiornarle in modo efficace. La Cina, al contrario, dopo aver osservato e imparato dal modello statunitense, ha sviluppato proprie capacità istituzionali e strumenti di risposta, come dimostrano i recenti controlli sulle esportazioni di terre rare e materiali strategici.
Di fronte a questa nuova fase di competizione geo-economica, il governo olandese, come già avvenuto nel caso ASML, ha adottato una postura interventista nell’economia nazionale in nome della sicurezza economica, contraddicendo i principi di libero mercato ai quali per decenni aveva aderito. Invocando la necessità di proteggere la sicurezza economica europea e prevenire la fuoriuscita di conoscenze tecniche e capacità produttive, l’Aia ha fatto ricorso a uno strumento legislativo d’altri tempi: il Goods Availability Act.
Una legge mai applicata finora, ma che rivela una tendenza più ampia: come già accaduto negli Stati Uniti, anche in Europa riemerge l’impianto normativo della Guerra Fredda, reinterpretato in chiave contemporanea come strumento di economic statecraft, dove la sicurezza nazionale torna a prevalere sui puri calcoli economici.
[News di questa settimana: il ministro dell’Economia olandese, Vincent Karremans, è in dialogo con le autorità di Pechino per cercare una soluzione alla situazione di Nexperia, anche se la controparte cinese appare meno conciliatoria come riportato da Reuters.]
Tim Cook annuncia nuovi investimenti in Cina: la scommessa (rischiosa) di Apple
Mercoledì 15 ottobre, durante una visita in Cina, Tim Cook ha annunciato che Apple aumenterà i propri investimenti e rafforzerà la cooperazione tecnologica con Pechino.
Secondo quanto riportato in una nota del Ministry of Industry and Information Technology cinese, il numero uno di Apple ha incontrato a Pechino il ministro Li Lecheng per discutere dello sviluppo del business dell’azienda nel Paese e delle opportunità di collaborazione nel settore dell’ICT.
Nella dichiarazione ufficiale diffusa al termine dell’incontro si legge:
“Cook expressed gratitude for the support provided by the Ministry of Industry and Information Technology to Apple’s development in China. He affirmed Apple’s commitment to increasing its investment in China, elevating the level and scope of cooperation with China, and achieving mutually beneficial and win-win development.”
Un impegno che Cook ha ribadito il giorno successivo, 16 ottobre, quando ha incontrato anche il vicepremier He Lifeng, nel corso di una riunione dell’advisory board della Scuola di Economia e Management dell’Università Tsinghua, di cui è chairman. In quell’occasione, il CEO di Apple ha espresso “forte fiducia nelle prospettive di sviluppo della Cina” e riconfermato l’intenzione del gruppo di espandere ulteriormente gli investimenti e la cooperazione nel Paese.
Durante la stessa giornata, Cook ha inoltre annunciato una donazione all’Università Tsinghua, destinata a sostenere progetti di formazione per studenti nei campi dell’innovazione sostenibile e della tecnologia.
Ma il viaggio di Cook non si è limitato agli incontri istituzionali, e forse è proprio dalle sue tappe “informali” che emergono i segnali più interessanti.
Il CEO di Apple ha visitato il quartier generale di Pop Mart, società leader nel mercato dei collezionabili, dove ha incontrato il fondatore e CEO Wang Ning e l’artista sino-olandese Kasing Lung, in occasione della mostra per il decimo anniversario di THE MONSTERS. In segno di amicizia, a Cook è stata donata una statuetta personalizzata del personaggio Labubu, raffigurato con occhiali neri, giacca scura e un piccolo iPhone nella mano sinistra.
I Labubu sono ormai diventati un fenomeno globale, amatissimi dai giovani occidentali e sempre più presenti nel mondo della moda e tra le celebrità internazionali. Il successo di Labubu è simbolo della nuova stagione del soft power cinese: un passaggio da un modello “top-down”, guidato dallo Stato, a un’influenza culturale dal basso, capace di ridefinire l’immagine dei marchi cinesi, non più associati al concetto di “produzione a basso costo”, ma percepiti come alla moda e desiderabili.
Come osserva un’analisi di Wired (agosto 2025), I numeri parlano da soli: nel 2025 Pop Mart ha registrato una crescita dei ricavi del 204% rispetto all’anno precedente e un aumento degli utili netti del 362%, con un margine lordo del 70,3%. La franchise The Monsters, creata dall’artista sino-olandese Kasing Lung e rappresentata principalmente dal personaggio Labubu, ha generato 4,81 miliardi di RMB (670 milioni di dollari) nei primi sei mesi del 2025, con un incremento del 668% rispetto allo stesso periodo del 2024. Oggi la serie rappresenta circa il 35% dei ricavi complessivi di Pop Mart.
La visita di Cook è poi proseguita con una tappa presso Lilith Games, lo studio di Shanghai noto per titoli di successo come AFK Arena. Una scelta che evidenzia l’interesse di Apple a rafforzare i legami con l’industria del gaming cinese, un settore in rapida espansione e sempre più strategico per l’ecosistema digitale globale.
Durante un’intervista concessa a CCTV, Cook ha commentato:
“I always love coming back. There’s always so much change. It’s so dynamic.”
Alla domanda su quanto siano importanti gli sviluppatori cinesi per l’ecosistema innovativo di Apple, Cook ha risposto:
“Hugely important, because the developer economy here is so vibrant and so dynamic. […] It’s one of the most vibrant systems in the world.”
Ha inoltre sottolineato il ruolo centrale del Developer Center di Shanghai, dove gli sviluppatori cinesi collaborano direttamente con gli ingegneri Apple, contribuendo all’evoluzione di un ecosistema tecnologico condiviso e sempre più integrato.
La scorsa settimana, Apple ha annunciato anche l’arrivo in Cina del nuovo iPhone Air, il primo modello a utilizzare esclusivamente la tecnologia eSIM, eliminando completamente lo slot per la SIM fisica. Il lancio era stato posticipato rispetto al debutto globale del 19 settembre a causa di ritardi normativi e infrastrutturali. Con l’approvazione delle autorità cinesi e l’annuncio di China Mobile dell’avvio dei servizi eSIM, i preordini partiranno il 17 ottobre, come annunciato dallo stesso Tim Cook su Weibo, segnando un passo decisivo per la presenza di Apple nel Paese. (il 18 ottobre, Cook ha anche annunciato che Apple sta lavorando per portare Apple Intelligence in Cina)
La visita di Cook segue quella di marzo, quando aveva incontrato il ministro Wang Wentao, e annunciato un fondo per l’energia pulita da 720 milioni di yuan e ribadendo l’impegno dell’azienda nel Paese.
Tutti questi sviluppi confermano il ruolo centrale della Cina nelle catene di fornitura di Apple. Gli annunci di nuovi investimenti e di cooperazione tecnologica non sono eventi isolati, ma tasselli di una storia più ampia, come raccontato dal giornalista Patrick McGee nel libro “Apple in China: the capture of the world’s greatest company”. Il volume ricostruisce come Apple abbia utilizzato la Cina per diventare “the world’s most valuable company, inevitably binding its future to a ruthless authoritarian state”. Questo fenomeno, definito “Apple’s China Problem”, e rappresenta il rischio più grande per l’azienda: la dipendenza da un unico Paese, la Cina.
Secondo McGee, la narrazione occidentale tradizionale, secondo cui Apple avrebbe semplicemente sfruttato i lavoratori cinesi, manca il punto centrale del paradosso geopolitico:
“It’ s not merely that Apple has exploited Chinese workers, it’ s that Beijing has allowed Apple to exploit its workers, so that China can in turn exploit Apple.”
In altre parole, la Cina non sarebbe quella che è oggi senza Apple. Pechino ha saputo sfruttare la presenza di Cupertino per assorbire tecnologia e know-how industriale: secondo i documenti interni citati nel libro, già nel 2015 gli investimenti annuali di Apple in Cina avevano raggiunto 55 miliardi di dollari, una cifra impressionante. Allo stesso tempo, però, Apple non può più fare a meno della Cina, rendendo la sua dipendenza strutturale e irreversibile. Oggi l’azienda collabora con oltre 1.500 fornitori in 50 Paesi, ma il 90% della produzione rimane concentrato in Cina (con il ruolo centrale di Foxconn). Persino le nuove linee produttive in Vietnam e India dipendono ancora da componenti, logistica e processi profondamente radicati nell’ecosistema cinese.
Apple cammina su una fune: da un lato deve mantenere buoni rapporti con Pechino, attraverso investimenti e collaborazione tecnologica, evitando sanzioni e restrizioni simili a quelle che hanno colpito altre aziende americane; dall’altro, deve rispondere alle pressioni politiche statunitensi, come le richieste dell’amministrazione Trump di riportare la manifattura negli USA. Ad agosto, infatti, in un incontro alla Casa Bianca con il presidente Trump, Tim Cook ha annunciato investimenti per 100 miliardi di dollari, dichiarando che l’azienda avrebbe riportato negli Stati Uniti una quota maggiore della sua catena di approvvigionamento e della produzione avanzata. Il presidente, in quell’occasione, aveva inoltre espresso poca simpatia per il fatto che Apple stesse producendo i nuovi iPhone in India, pronto a minacciare tariffe e dazi come leva di pressione.
Resta da vedere come si svilupperà la storia di Apple in Cina. Come osserva McGee alla fine del libro, è utile evidenziare tre principali rischi per l’azienda. Il primo è la concorrenza di Huawei, considerata la società cinese che rappresenta la minaccia maggiore per Apple, ma anche altri competitor locali stanno guadagnando terreno. Il secondo riguarda le mosse di Apple per ridurre la dipendenza dalla Cina: più l’azienda sposta la produzione di iPhone e altre operazioni in India, maggiore potrebbe essere la reazione negativa dei consumatori cinesi e, soprattutto, delle autorità di Pechino, come dimostrano i recenti casi di Nvidia e Qualcomm, finite sotto indagine delle autorità cinesi. Infine, resta da capire come si comporterà l’amministrazione Trump nei confronti di Apple e della Cina in generale.
Se vi è venuta voglia di saperne di più, qui trovate un libro scelto apposta per approfondire gli argomenti trattati e un podcast.
Patrick McGee. Apple in China: The Capture of the World’s Greatest Company. 2025.
L’episodio di ChinaTalk: Apple in China: How the iPhone Caused China’s Rise












