TechStack #3
Questa settimana: la Cina mette sotto controllo Nokia ed Ericsson, mentre gli USA aggiornano il regime di export control per eliminare i loophole.
Benvenutə su techStack!
Qui troverai, ogni settimana, due o tre notizie che secondo me meritano attenzione. Niente inseguimenti affannosi delle breaking news: l’idea è fermarsi un attimo, scegliere i fatti più rilevanti e provare a leggerli con un po’ di contesto.
Il filo rosso? Il punto in cui tecnologia e geopolitica si intrecciano sempre di più.
Ti prometto che sarà un appuntamento breve, ma informato: giusto il tempo di un caffè e una sigaretta, con uno sguardo in più su cosa sta accadendo dietro le quinte della competizione tecnologica globale.

La vignetta satirica The Happy Effects of that Grand System of Shutting Ports Against the English!! ritrae un Thomas Jefferson impacciato che cerca di difendere davanti a un Congresso spazientito la sua grande “idea filosofica”: chiudere i porti americani agli inglesi. Dietro di lui, un compiaciuto Napoleone sussurra adulazioni, mentre sul tavolo si accumulano petizioni da New York e dagli altri porti paralizzati. I membri del Congresso protestano: i magazzini sono pieni, le merci marciscono e l’esperimento dell’embargo promette solo rovina.
La vignetta ironizza sull’Embargo Act del 1807, con cui Jefferson tentò di esercitare pressione su Gran Bretagna e Francia bloccando il commercio estero, nella speranza di fermare la prassi inglese di sequestrare le navi americane e di far rispettare la neutralità americana. Il risultato fu però disastroso: danneggiò il commercio nazionale, aumentò il contrabbando e ebbe scarso impatto su Gran Bretagna e Francia. Pur evitando una guerra immediata, l’embargo provocò gravi difficoltà economiche interne e profonde divisioni politiche, portandone all’abrogazione nel 1809.
Il contrappasso tecnologico: dopo Huawei, ora è la Cina a stringere su Nokia ed Ericsson
Negli ultimi anni Huawei è finita nel mirino delle autorità europee per ragioni di sicurezza nazionale. La sua posizione dominante nelle reti 5G europee e i legami opachi con il governo di Pechino hanno spinto Bruxelles ad agire: la Commissione Europea ha chiesto agli Stati membri di ridurre gradualmente la presenza della compagnia cinese nelle proprie infrastrutture critiche.
E invece, oggi, la scena si capovolge.
La scorsa settimana è stata infatti Pechino a usare la stessa arma, invocando la sicurezza nazionale per restringere l’accesso al proprio mercato interno a Nokia ed Ericsson, gli unici veri rivali di Huawei nel 5G.
Secondo quanto riportato dal Financial Times la scorsa settimana, i contratti dei due gruppi europei sono ora soggetti a lunghe e opache revisioni da parte della Cyberspace Administration of China (CAC). Le verifiche avvengono senza criteri trasparenti: le aziende non sanno in base a quali parametri vengano valutate le loro apparecchiature. Tempistiche dilatate e incertezza pongono dunque Nokia ed Ericsson in netto svantaggio competitivo rispetto ai rivali cinesi, che non devono sottostare a controlli analoghi.
Come sottolineato dal FT, già nel 2022, l’aggiornamento della legge cinese sulla sicurezza informatica aveva imposto che ogni acquisto “a rischio” da parte di operatori di infrastrutture critiche fosse sottoposto al vaglio della CAC, che oggi valuta non solo la conformità tecnica, ma anche quanto della produzione avviene in Cina.
In un certo senso, la mossa di Pechino non sorprende.
Già nel 2020 il CEO di Ericsson, Börje Ekholm, aveva messo in guardia contro il rischio che le politiche protezionistiche europee si ritorcessero contro l’UE stessa:
“For Ericsson and Sweden, we’re built on free trade,” disse Ekholm. “We’re built on the opportunity to trade freely… From my perspective, it is important that we have open markets and free competition.”
All’epoca, Ericsson aveva criticato la decisione del governo svedese di escludere Huawei dalla rete 5G nazionale, temendo di compromettere il proprio accesso all’enorme mercato cinese. Pechino, dal canto suo, aveva già lasciato intendere che, se l’Europa avesse chiuso le porte alle aziende cinesi, avrebbe risposto allo stesso modo.
In quello stesso anno, Bruxelles pubblicava “ EU Toolbox for 5G security”, che invitava i Paesi membri a rafforzare i controlli sulla supply chain e a escludere i fornitori “ad alto rischio” come Huawei e ZTE. Cinque anni dopo, il bilancio è misto: solo dieci Stati membri hanno imposto un ban completo; molti altri, più esposti economicamente verso la Cina, hanno preferito un approccio graduale. Secondo i dati riportati dal FT, Huawei e ZTE mantengono ancora tra il 30% e il 35% del mercato europeo delle infrastrutture mobili, in calo di appena 5-10 punti percentuali rispetto al 2020.
Nel frattempo, il contraccolpo per Nokia ed Ericsson è stato netto.
Pechino, replicando la logica di Washington e Bruxelles, considera ormai la dipendenza dalla tecnologia straniera una vulnerabilità strategica e sta adottando misure sempre più decise per ridurla.
Nel 2020 le vendite di Ericsson in Cina erano cresciute del 18%, sfiorando i 2 miliardi di dollari grazie a contratti con le grandi compagnie di telecomunicazione statali cinesi. Ma già l’anno successivo, dopo che la Svezia aveva bandito Huawei e ZTE, i ricavi erano crollati del 46%.
Nokia, che nel 2018 fatturava circa 2,2 miliardi di euro nella “Greater China”, è scesa nel 2024 a poco più di 1,1 miliardi.
Con l’inasprirsi delle restrizioni imposte da Pechino, la presenza di Ericsson e Nokia sul mercato cinese si è quasi dissolta: la loro quota combinata è scesa dal 12% del 2020 a poco più del 4% lo scorso anno.
Eppure, nonostante il ridimensionamento, la Cina resta un mercato non trascurabile: nel 2024 rappresentava ancora il 4% dei ricavi globali di Ericsson e quasi il 6% di quelli di Nokia, circa 2,4 miliardi di dollari complessivi, difficili da rimpiazzare altrove.
Di fronte a questa situazione, il nuovo CEO di Nokia, Justin Hotard, lo ha detto chiaramente:
“Europe’s got to … ask why we allow high-risk vendors in Europe’s networks, when they don’t allow us to play in their markets — we have less than 3% of the market share in China. That’s important.”
Già a inizio settembre, Tommi Uitto, presidente di Nokia Mobile Networks, aveva fiutato nell’aria una stretta cinese. Oggi, con i fatti che gli danno ragione, sollecita Bruxelles a reagire con fermezza:
“The European Union will have to respond symmetrically. That, of course, also opens an opportunity for us — to win business from high-risk vendors in like-minded countries. Many countries have already banned, but there are many countries that have not banned high-risk vendors yet.”
Per i due colossi nordici, già in difficoltà in Cina, la nuova stretta rappresenta un colpo doloroso, ma anche un allineamento più chiaro con le politiche europee, un vero cambio di rotta rispetto al passato, quando si erano opposte alle misure restrittive dell’UE. Più in generale, questa vicenda mostra come oggi le compagnie private si trovino a navigare nelle tempestose acque della geoeconomia, dove, nel nome della sicurezza nazionale, gli Stati esercitano una pressione e un controllo crescenti. Il risultato è un mondo in cui le imprese non possono più muoversi liberamente nel mare aperto del neoliberalismo e della globalizzazione, ma devono imparare a sopravvivere in un ecosistema dominato da logiche di potere, strategia e sicurezza.
Export control 2.0: Usa chiudono i loophole tecnologici verso la Cina
La scorsa settimana è passata quasi inosservata una mossa americana nella partita tecnologica con la Cina. L’amministrazione americana ha annunciato una modifica significativa alle regole di export control nel settore tecnologico: una mossa che si inserisce nel solco del regime sanzionatorio avviato da Joe Biden per rallentare l’ascesa della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori.
Un tempismo non casuale: tra i continui negoziati commerciali e la possibile, seppur poco probabile, incontro tra Xi e Trump, Washington si presenta al tavolo con un’ulteriore leva negoziale nella complessa partita strategica con Pechino.
Nel 2022, l’amministrazione Biden aveva già gettato le basi di un blocco tecnologico pensato per sfruttare i choke point, i punti di strozzatura strategici, della catena di fornitura globale dei chip (come ASML, TSMC, Cadence e NVIDIA). L’obiettivo era duplice: impedire alla Cina di accedere a componenti e macchinari fondamentali per le tecnologie di frontiera e, al tempo stesso, riportarla a uno stadio meno avanzato nello sviluppo dei semiconduttori.
Ma le sanzioni economiche e i regimi di export control non sono strumenti statici. Sono meccanismi dinamici, che si adattano e si evolvono per chiudere le scappatoie che aziende e governi, spesso con notevole ingegno, riescono a sfruttare. Infatti, le compagnie cinesi avevano imparato rapidamente a muoversi tra le maglie della burocrazia americana, utilizzando filiali estere e nuove società di comodo per aggirare le limitazioni.
Ad agosto 2024, un’inchiesta del New York Times aveva rivelato come un flusso costante di tecnologie legate all’intelligenza artificiale continuasse a raggiungere la Cina, nonostante i divieti sull’esportazione di chip e macchinari per la loro produzione. I processori NVIDIA, in particolare, venivano ancora commercializzati nel Paese tramite triangolazioni e partnership estere. Anche il Financial times, a luglio 2025, riportava: “Processori avanzati di intelligenza artificiale Nvidia per un valore di 1 miliardo di dollari sono stati spediti in Cina nei tre mesi successivi all’inasprimento dei controlli sulle esportazioni di chip da parte di Donald Trump.”
La nuova norma emanata dal Dipartimento del Commercio americano mira proprio a chiudere queste falle. In base alla regola, qualsiasi azienda controllata per il 50% o più da una società già presente nella “Entity List” sarà automaticamente soggetta alle stesse restrizioni e licenze richieste per la casa madre. In altre parole, le controllate non potranno più nascondersi dietro la propria indipendenza legale.
Jeffrey I. Kessler, Under Secretary of Commerce for Industry and Security, ha dichiarato:
“For too long, loopholes have enabled exports that undermine American national security and foreign policy interests. Under this Administration, BIS is closing the loopholes and ensuring that export controls work as intended.”
Un esempio, riportato dalla newsletter su Substack Geopolitechs, spiega bene la portata del cambiamento:
“Se l’azienda A, già nella Entity List, possiede il 35% della società C, e un’altra azienda sanzionata, B, ne detiene il 15%, insieme raggiungono il 50%. Con la nuova regola, C sarà automaticamente trattata come entità controllata e soggetta alle stesse restrizioni.”
La norma allinea così l’approccio del Dipartimento del Commercio alla “50% rule” già applicata dal Office of Foreign Assets Control (OFAC) per le sanzioni finanziarie.
Secondo Reuters, circa 1.100 entità cinesi sono oggi presenti nella “Entity List”, su un totale di oltre 3.400 organizzazioni a livello globale. L’effetto domino delle nuove regole potrebbe riguardare migliaia di controllate di gruppi statali e privati cinesi, ma anche diverse aziende europee, potrebbero finire nel vortice dell’uragano.
I costi, infatti, dell’implementazione di tali sanzioni sembrerebbero ricadere principalemente sulle aziende private. Queste nuove regole impongono costi elevatissimi di compliance alle imprese americane ed europee. Se prima la conformità si limitava a un semplice name matching, verificare se un cliente o un fornitore fosse inserito nella Entity List, ora le aziende dovranno mappare le strutture di proprietà, tracciare le catene di controllo e identificare i beneficiari finali.
Serviranno nuove procedure interne, software dedicati e consulenze specialistiche per comprendere le ramificazioni complesse delle supply chain globali.
Come prevedibile, la reazione di Pechino è stata immediata. Il Ministero del Commercio cinese ha fortemente criticato la decisione americana:
“This move by the U.S. … infringes upon the legitimate rights and interests of the affected enterprises, severely disrupts international economic and trade order and gravely undermines the security and stability of global industrial and supply chains.”
Washington continua a perfezionare il suo regime di export control, chiudendo progressivamente le falle man mano che emergono. Allo stesso tempo, queste nuove mosse sembrano avere anche una valenza simbolica nei confronti della Cina: rafforzano la posizione negoziale americana e dimostrano l’ingegno nel creare regimi di export control dinamici e adattabili. In prospettiva, questa vicenda evidenzia quanto tali regimi siano strumenti in continua evoluzione, capaci di trasformare l’ambiente globale in cui operano governi e aziende. Per rispondere efficacemente a queste dinamiche, le istituzioni e le imprese devono sviluppare nuove capacità di analisi, anticipazione e adattamento, affrontando costi crescenti e ripensando strategie, processi e modalità operative.
Se vi è venuta voglia di saperne di più, qui trovate un libro scelto apposta per approfondire gli argomenti trattati.
Nicholas Mudler: “The economic Weapon: The rise of Sanctions as a tool of Modern War”, 2023.




